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L’Islanda nel medioevo

Una cosa che rende l’Islanda speciale, per chi già non lo sapesse, è la sua storia medievale; un capitolo ricchissimo e appassionante della storia europea. Questo articolo offre una panoramica su alcuni aspetti salienti della storia medievale islandese e propone spunti per ulteriori approfondimenti.

Le origini: la colonizzazione e la nascita dell’Alþing

L’insediamento umano in Islanda iniziò verso la fine del IX secolo. I primi coloni provenivano soprattutto dalla Norvegia occidentale e dalle isole britanniche. La colonizzazione fu rapida e intensa: nel giro di pochi decenni, le principali zone costiere furono occupate.

Secondo fonti come l’Íslendingabók (il più antico testo in volgare islandese pervenutoci – c1125, un trattatello storiografico sulla colonizzazione d’Islanda e gli eventi storici salienti fino al giorno del suo autore) e la Landnámabók (catalogo dei colonizzatori con brevi notizie biografiche), il primo insediatore stabile fu Ingólfr Arnarson, che raggiunse l’area di Reykjavík nel 874. Questi testi menzionano anche la presenza di monaci irlandesi, al tempo dell’arrivo dei primi coloni norvegesi, ma tale presenza non è ancora stata confermata dall’archeologia.

Nel 930 fu fondato l’Alþing, assemblea legislativa e giudiziaria che si riuniva annualmente a Þingvellir. In assenza di un potere centrale, l’Islanda medievale si organizzò come una società di liberi proprietari terrieri con funzione anche religiosa (goðar), riuniti attorno a consensi personali e consuetudini giuridiche.

Questa struttura, innovativa e fragile allo stesso tempo, rese l’Islanda un esperimento unico di autogoverno medievale, privo di re e di aristocrazie ereditarie nel senso classico.

La colonizzazione della Groenlandia

Secondo la Saga di Erik il Rosso e la Saga dei Groenlandesi, intorno al 985 Eiríkr rauði, bandito dall’Islanda per omicidio, salpò verso ovest seguendo voci su una terra avvistata da esploratori come Gunnbjörn Úlfsson.

Dopo aver esplorato la costa, Eiríkr tornò in Islanda e, con abile propaganda, ribattezzò la nuova terra Groenlandia (Grœnland, “Terra Verde”), per renderla più attraente ai coloni.

La colonizzazione fu un successo relativo: due insediamenti principali — il colonia orientale (Eystribyggð) e la colonia occidentale (Vestribyggð) — sorsero lungo i fiordi meridionali. Queste comunità, seppure isolate, mantennero rapporti con l’Islanda e la Norvegia, praticando allevamento e commercio di pelli e avorio di tricheco. Ottennero un loro vescovo, e costruirono chiese in pietra, inclusa la cattedrale, nonché la celebre chiesa di Hvalsey, le cui pareti sono ancora oggi in piedi.

La presenza nordica in Groenlandia durò circa 400 anni, ma declinò gradualmente a causa dei cambiamenti climatici (inizio della Piccola era glaciale), del deteriorarsi dei rapporti con le popolazioni inuit e dell’isolamento economico esacerbato dalla diffusione della peste in Europa.

La scoperta dell’America

Sempre secondo le saghe, fu dal contesto groenlandese che si sviluppò la scoperta europea dell’America. Il primo a spingersi inconsapevolmente verso nuove terre fu probabilmente Bjarni Herjólfsson, che intorno al 986, deviato dalle tempeste viaggiandondall’Islanda alla Groenlandia per raggiungere suo padre, avvistò coste boscose a ovest della Groenlandia senza però sbarcare.

Il passo successivo fu compiuto da Leifr Eiríksson, figlio di Eiríkr il Rosso, che intorno al 1000 salpò dalla Groenlandia e raggiunse quelle stesse terre. Le saghe descrivono più località:

Helluland (“Terra delle pietre piatte”), probabilmente la costa del Labrador, Markland (“Terra dei boschi”), forse la Nuova Scozia, Vínland (“Terra del vino”), associata a una regione più temperata, probabilmente a sud del Golfo di San Lorenzo. A Vinland gli islandesi avrebbero costruito un insediamento temporaneo (Leifsbúðir), sfruttando le risorse naturali come legname e uva selvatica.

Gli scavi archeologici di L’Anse aux Meadows (Terranova, Canada) hanno confermato l’esistenza di un accampamento norreno risalente all’inizio dell’XI secolo, compatibile con i racconti delle saghe. Tuttavia, l’insediamento in Nord America non si consolidò: la distanza, l’ostilità degli indigeni (chiamati Skrælingar nelle saghe) e la difficoltà di mantenere linee di comunicazione sicure resero insostenibile la colonizzazione.

La conversione al cristianesimo e il consolidamento della Chiesa

Verso l’anno 1000, in seguito a pressioni sia interne sia esterne, l’Islanda adottò ufficialmente il cristianesimo. La decisione fu raggiunta con un compromesso politico all’assemblea: tutti sarebbero diventati cristiani e si sarebbero battezzati, ma per qualche anno alcune pratiche pagane avrebbero temporaneamente continuato in privato.

Nei decenni successivi iniziò la lenta organizzazione ecclesiastica. Una fonte essenziale per questa fase è la Hungrvaka (Aperitivo), cronaca del XIII secolo che racconta la vita dei primi cinque vescovi di Skálholt.

Ísleifr Gizurarson (1082-1086), educato a Brema, fu il primo vescovo islandese, e viaggiò fino a Roma per ottenere la nomina. Visse i primi anni in una società ancora non solidamente cristianizzata, ma si prodigò per l’accrescimento del potere della Chiesa contro i goðar che per lungo tempo cercarono di controllarla a proprio vantaggio minandone l’autonomia. Il figlio di Ísleifr, Gizurr Ísleifsson (1082-1118) fondò la sede vescovile di Skálholt e ottenne l’approvazione della decima ecclesiastica: un contributo obbligatorio che diede stabilità economica alla Chiesa. Il successore Þorlákr Runólfsson (1118-1133), più giovane, contribuì a rafforzare l’organizzazione delle parrocchie e avviò una più sistematica educazione del clero. La Hungrvaka descrive questi vescovi come uomini pratici e devoti, più preoccupati di consolidare la Chiesa che di costruire un mito eroico attorno a sé. La loro azione riflette il difficile processo di trasformazione di una società tribale in una società cristiana e strutturata.

Fu con il consolidamento della chiesa e l’intreccio dei rapporti religiosi, politici e culturali che ciò implicò, che l’Islanda divenne parte del mondo dell’Europa medievale: nella mappa mentale degli islandesi, essi erano alla periferia di un mondo centrato sul Mediterraneo, i cui poli Principali erano Roma e Costantinopoli. Iniziarono così i pellegrinaggi dei fedeli verso l’Italia e la Terrasanta, i periodi di studio in giro per l’Europa, Italia inclusa, dei rampolli destinati a diventare preti vescovi, la corrispondenza con Roma, come testimoniato da numerosi documenti e lettere sopravvissuti ma, soprattutto, iniziò la scrittura: con la religione cristiana, arrivarono anche le tecnologie necessarie per produrre pergamena, libri, inchiostri, pigmenti colorati e penne. Ben presto, gli islandesi si misero a scrivere, eppure essendo poche decine di migliaia di persone, produssero in breve tempo una delle letterature più ricche e stupefacenti mai viste al mondo.

La crisi del libero Stato: l’Età degli Sturlungar

A partire dal XIII secolo, il sistema di governo islandese mostrò crescenti segni di crisi. Le grandi famiglie, come gli Sturlungar, i Haukdælir e gli Oddaverjar, si contesero violentemente il potere, degenerando in un’epoca guerre civili nota come Sturlungaöld “età degli Sturlungar”.

Eventi come la Battaglia di Örlygsstaðir (1238) e l’assassinio di Snorri Sturluson nel 1241 segnarono la dissoluzione dell’ordine antico. Nel 1262-1264, attraverso la firma dell Gamli sáttmáli (“Vecchio Patto”), l’Islanda accettò la sovranità norvegese, perdendo la sua indipendenza. Questo periodo, raccontato nella Sturlunga saga, testimonia la fragilità di un sistema privo di un’autorità centrale capace di mediare tra le varie forze sociali.

Le saghe: memoria e identità

Nonostante nella produzione medievale Islandese si annoverino trattati di filosofia, matematica, astronomia, e tutto ciò che ci si può aspettare dalla produzione libraria medievale di un paese europeo, uno dei contributi più straordinari dell’Islanda alla cultura europea è la produzione delle saghe. Scritte in antico islandese tra il XII e il XIV secolo, ma ambientate nei secoli precedenti, le saghe riflettono una società in trasformazione che cerca di preservare la memoria della propria età più antica, ma che allo stesso tempo è perfettamente inserita nelle dinamiche culturali dell’Europa del tempo. Le saghe tradiscono una conoscenza dei classici, nonché dei cicli cavallereschi cortesi, delle tradizioni del mondo cristiano e molto altro.

Le saghe degli Islandesi (Íslendingasögur), come la Njáls saga, la Egils saga o la Laxdæla saga, raccontano con sorprendente realismo le vite di contadini, guerrieri e poeti nell’Islanda medievale. Sono epiche di onore, guerra, viaggio, amore e politica che offrono uno spaccato della vita islandese nel medioevo, con un tocco di genio creativo letterario.

Altre categorie, come le saghe dei Santi (Heilagra manna sögur), le più numerose, le saghe dei re (Konunga sögur) e le saghe cavalleresche (Riddara sögur), mostrano l’influsso della cultura europea continentale. Esistono anche le saghe dei vescovi islandesi (Biskupa sögur) e le saghe contemporanee (Samtíðarsögur) che narrano le vicende storiche dell’Islanda nel periodo dello Stato libero.

La letteratura islandese medievale si distingue per uno stile sobrio, un acuto senso della psicologia individuale e una tensione morale costante tra diritto, onore e destino. Le saghe non sono solo opere letterarie, ma anche fonti storiche di inestimabile valore, benché la loro attendibilità debba essere valutata criticamente caso per caso.

L’Edda di Snorri e l’Edda poetica

Il termine Edda, di etimologia dibattuta (forse dal latino ēdō, “io compongo”), indica due opere fondamentali della letteratura medievale islandese: l’Edda in prosa e l’Edda poetica.

L’Edda in prosa, composta all’inizio del XIII secolo da Snorri Sturluson, è un manuale di poesia scaldica, destinato a preservare le complesse tecniche poetiche nordiche in una società ormai cristiana.

È suddivisa in quattro parti: Prologo: interpreta gli dèi nordici come eroi troiani divinizzati. Gylfaginning: dialogo mitologico tra il re Gylfi e tre figure divine. Skáldskaparmál: trattato sulle perifrasi poetiche (kenningar). Háttatal: esposizione di vari metri poetici. Questa opera fu attribuita a Snorri da una nota presente nel Codex Uppsaliensis.

L’Edda poetica è invece una raccolta anonima di poemi mitologici ed eroici, trascritta alla fine del XIII secolo e riscoperta nel XVII secolo. Conservata nel Codex Regius (GKS 2365 4to), essa è la principale fonte sulla mitologia norrena precristiana.

Gli islandesi medievali erano considerati i migliori custodi delle antiche tradizioni nordiche e poeti di corte altamente stimati. Le complesse metafore della poesia scaldica, molte delle quali si riferivano a miti ormai in declino, giustificano l’urgenza di Snorri di fissare per iscritto una tradizione destinata altrimenti a scomparire.

L’arte islandese

L’arte medievale islandese, pur meno nota rispetto alla letteratura, testimonia l’integrazione del Paese nei grandi movimenti culturali europei. Un esempio emblematico è la raffigurazione del Giudizio Universale conservata al museo nazionale d’Islanda in pochi frammenti. Le chiese islandesi erano in legno, e dunque non potevano essere affrescate, ma erano comunque decorate né più né meno che quelle continentali, ma con arazzi e pannelli lignei incisi. Purtroppo di tali decorazioni sopravvive pochissimo, ma quello che abbiamo mostra ancora come l’Islanda partecipasse appieno agli sviluppi artistici dell’Europa medievale.

I modelli iconografici di origine bizantina, come il mosaico di Santa Maria Assunta a Torcello (XII secolo), influenzarono anche l’Islanda. Frammenti di assi scolpite provenienti da Bjarnastaðahlíð e Flatatunga, probabilmente parte della decorazione della cattedrale di Hólar, rappresentano santi, angeli e motivi floreali, con uno stile che combina elementi bizantini e nordici (stile Ringerike).

Queste tavole, oggi in gran parte disperse, erano probabilmente dipinte con colori vivaci. Una ricostruzione moderna, realizzata da Hörður Ágústsson, propone un’ipotesi dell’aspetto originario dell’opera.

Un ruolo chiave nella diffusione di questa iconografia fu svolto da Jón Ögmundsson, primo vescovo di Hólar. Secondo la tradizione, Jón viaggiò a Roma e potrebbe aver conosciuto l’arte bizantina attraverso contatti con il monastero di Montecassino, portando così nuovi modelli artistici in Islanda.

La presenza di queste opere dimostra come l’Islanda medievale, pur geograficamente isolata, fosse culturalmente collegata al continente europeo, capace di reinterpretare grandi temi religiosi in forme originali.

La musica nel medioevo islandese

La musica più antica documentata in Islanda è di carattere liturgico e si sviluppò con la cristianizzazione dell’isola. Grazie agli studi di Árni Heimir Ingólfsson (preziosissimo il volume Tónlist liðinna alda), sappiamo che alcuni manoscritti medievali islandesi conservano notazioni musicali simili a quelle europee del tempo. Le melodie, sebbene influenzate dal gregoriano continentale, furono spesso adattate a testi locali in latino e islandese. Ensemble come i Voces Thules e Cantores Islandiae hanno oggi recuperato questo repertorio antico.

Un esempio unico di produzione musicale autoctona sono Þorlákstíðir, o Officium Sancti Thorlaci, un ufficio liturgico dedicato a San Torlaco (Þorlákr Þórhallsson), patrono d’Islanda. Composto verso il 1300 e conservato nel codice AM 241 A fol., questo inno è particolarmente significativo perché fu scritto in Islanda da islandesi per celebrare un santo islandese, pur restando inserito nella tradizione gregoriana europea. Nessuna melodia identica è stata trovata altrove, il che ne conferma l’originalità nell’ambito della musica medievale nordica.

Pellegrinaggi e viaggi

Contrariamente all’immagine di un’Islanda isolata, il Medioevo vide gli islandesi viaggiare regolarmente in Europa. Una testimonianza preziosa è il Leiðarvísir, un testo del XIII secolo che funge da guida per i pellegrini. Vi si elencano i principali itinerari dalla Norvegia a Roma fino a Gerusalemme, e si forniscono indicazioni pratiche su città, distanze e tappe.

Il Leiðarvísir dimostra non solo l’integrazione culturale dell’Islanda nel cristianesimo europeo, ma anche l’esistenza di una rete di conoscenze geografiche sorprendentemente precisa per l’epoca. L’Islanda medievale fu tutt’altro che un luogo isolato o marginale.

Fu una società vivace, capace di costruire un sistema politico autonomo, di integrarsi nella cristianità europea, di produrre una letteratura unica al mondo e di partecipare ai grandi movimenti culturali e spirituali del suo tempo.

Approfondire il Medioevo islandese significa riscoprire un laboratorio sociale e culturale straordinario, in cui si riflettono, in scala ridotta ma nitida, alcune delle più profonde dinamiche della storia europea.

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