Il termine islandese Tvísöngur indica un canto a due voci in cui una melodia principale viene accompagnata da una seconda voce che si muove secondo regole abbastanza precise.
Per capire di cosa si tratta, dobbiamo fare un passo indietro nel Medioevo europeo. Tra i primi esperimenti di polifonia (cioè di canto “a più voci”), troviamo l’organum parallelo (nella sua forma più semplice, attestata già dal IX secolo) che funziona così: si prende una melodia liturgica preesistente (la vox principalis, o cantus firmus) e si aggiunge una seconda voce (la vox organalis) che, almeno inizialmente, procede “nota contro nota” in intervalli paralleli di quinta o quarta, e normalmente sotto la voce principale. Nel corso del XI secolo, i movimenti dalle due voci acquistano maggiore libertà: mentre una sale, l’altra può anche scendere, e l’intervallo armonico tra le due non è sempre uguale.
Immagine del Credo nel Munkþverárbók di Jón Þorláksson (1473), il più antico manoscritto polifonico su notazione moderna conosciuto dai Paesi nordici AM 80, 8vo).
L’iniziale C si estende verso l’alto fino al rigo successivo, dove il materiale precedente sta per concludersi.
Le parole iniziali della professione di fede, Credo in unum Deum, che sono cantate a una sola voce, sono divise in due righe (e due righi musicali), come mostra la barra obliqua.
Poi la voce principale prosegue sui righi inferiori e il testo latino è collocato sotto di essa; la voce di accompagnamento è posta sul rigo superiore, mentre tra i righi si trova un commento di Jón Þorláksson in islandese, scritto con inchiostro rosso.
Il Tvísöngur islandese conserva proprio questo tipo di costruzione: due voci che procedono spesso in quinte parallele, creando un suono aperto, potente, molto diverso dall’armonia a cui siamo abituati oggi. In Islanda, questa forma musicale si è conservata, caso unico in Europa, fino al XIX secolo.
C’è però un elemento che rende il Tvísöngur davvero caratteristico. La seconda voce, chiamata tradizionalmente fylgirödd, cioè “voce seguente”, non sta sempre sotto la melodia principale quanto ad altezza melodica. A volte la supera, salendo sopra di essa. Nella teoria dell’organum “parallelo” ci si aspetta, appunto, che la melodia (vox principalis) stia sopra e la vox organalis segua sotto in quinte pure. L’islandese devia dalla regola, e lo fa in un modo che definisce proprio la sua fisionomia: la fylgirödd può stare sia sotto sia sopra la voce principale; questa voce di accompagnamento viene talvolta chiamata bassus, mentre la melodia principale può essere chiamata tenor (terminologia che va presa come uso descrittivo, non come con lo stesso significato che attribuiamo ai termini oggi di tessitura). Il superamento in altezza delle note della voce inferiore rispetto a quella principale veniva definito “að fara upp” (andar su).
Il Tvísöngur non era soltanto una pratica popolare tramandata spontaneamente. Si sviluppò e si conservò soprattutto in ambienti legati alla Chiesa e all’istruzione: nelle scuole episcopali di Hólar e Skálholt, e più tardi anche in altri centri di formazione.
Era un canto praticato in prevalenza da uomini, spesso persone istruite: insegnanti, funzionari, ecclesiastici. Anche se le sue radici sono legate al mondo liturgico, il Tvísöngur non rimase confinato alla chiesa. Con la diffusione della pratica, lo si applicò anche a testi profani: poesie patriottiche, canti d’amore, componimenti scherzosi o malinconici. Questo passaggio dal sacro al profano è tipico di molte tradizioni europee: una tecnica nata in ambito ecclesiastico diventa patrimonio culturale più ampio.
In Islanda questo stile è sopravvissuto più a lungo che altrove. Mentre nel resto d’Europa la musica si è evoluta verso armonie sempre più complesse, qui questa forma semplice e austera di canto a quinte è rimasta viva fino all’Ottocento, entrando anche nelle raccolte di canti popolari.
Esistono testimonianze manoscritte relativamente antiche che documentano il canto a due voci in Islanda, e tra Otto- e Novecento studi come il celebre Íslenszk þjóðlög (Canti popolari islandesi) di Bjarni Þorsteinsson hanno raccolto e trascritto numerosi esempi dalla tradizione orale.
In tempi più recenti, il Tvísöngur è stato oggetto di studi musicologici approfonditi che hanno ricostruito le sue radici medievali e la sua evoluzione nel tempo, come la tesi di dottorato del fine musicologo Árni Heimir Ingólfsson.
Il Tvísöngur, insomma, non è soltanto folklore o traduzione islandese d’eclettica, ma anche un frammento vivente di Medioevo europeo che in Islanda ha trovato una sorprendente continuità. Un modo di cantare essenziale, rigoroso, ma capace di produrre un effetto sonoro di grande forza. E quando si ascolta dal vivo, si capisce subito che non è un semplice esercizio storico: è un’esperienza fisica, quasi ipnotica. Ne mostro qui un esempio, tratto dal foglio 72v e 73r del manoscritto Seicentesco Rask 98:
E qui la sua esecuzione da parte del coro Cantores Islandiae:
[Tutte le informazioni qui riportate sono desunte da: Jón Þórarinsson. 2012. Íslensk tónlistarsaga 1000–1800. Reykjavík: Tónlistarsafn Íslands / Menntamálaráðuneytið.]
