Site icon Un italiano in Islanda

Skriðuklaustur, l’ultimo monastero d’Islanda

Nel silenzio dell’imponente valle di Fljótsdalur, nell’Islanda orientale, tra prati che d’estate sembrano non finire mai e montagne che chiudono l’orizzonte come quinte teatrali accanto al lago Lögurinn, sorse alla fine del Quattrocento l’ultimo monastero cattolico del paese: Skriðuklaustur, “Monastero della Frana” (nome della fattoria che sorgeva in precedenza sul terreno), un convento agostiniano.

È difficile sottovalutare l’importanza di questo sito nell’ambito degli studi medievali islandesi: esso ha riscritto radicalmente la storia delle istituzioni ecclesiastiche nel periodo cattolico. Non per iperbole, ma per davvero. Prima di questo scavo, si credeva che i monasteri islandesi fossero delle piccole istituzioni pressoché isolate d’arresto della società, e che operassero in forme e modalità molto localizzate e diverse da quelle rintracciabili nei monasteri europei. Questo scavo ha dimostrato che, invece, questi monasteri erano profondamente inseriti nelle dinamiche della comunità, che erano istituzioni estremamente attive in ambiti multipli, ma soprattutto che funzionavano in modo analogo alle controparti continentali. Non solo: addirittura la loro organizzazione architettonica e planimetria seguiva gli schemi in uso sul continente. Queste scoperte sono state poi ulteriormente confermate da scavi su siti di altri monasteri.

La data ufficiale che compare nei documenti è l’8 giugno 1500: l’atto è conservato all’archivio di Stato islandese con la segnatura AM Dipl. Isl. Fasc. XXXIV, 21, ed è un atto di donazione con cui Hallsteinn Þorsteinsson, sýslumaður a Víðivellir, e la moglie Cecelia (Sesselja) Þorsteinsdóttir concedono la fattoria di Skriða “Frana”, per fondare un monastero. Ma con ogni probabilità la comunità era già attiva nel 1493, quando si ha notizia che il vescovo Stefán Jónsson di Skálholt visitò la valle.

AM dipl. isl. fasc. XXXIV,21

La vita del monastero fu breve. Meno di sessant’anni in totale, di cui poco più di quaranta di piena attività. Nel 1541, quattro anni dopo l’introduzione ufficiale del luteranesimo nel regno danese, il re confiscò i beni monastici. Skriðuklaustur riuscì a sopravvivere ancora per qualche tempo grazie a una speciale dispensa, ma il 12 settembre 1554 arrivò la fine definitiva: le proprietà vennero date in affitto a nome della corona.

Dopo la soppressione, gli edifici furono spogliati di tutto ciò che poteva essere riutilizzato: legname, arredi, oggetti liturgici. Le strutture furono lasciate al loro destino. Solo la chiesa rimase in piedi più a lungo, mantenuta dai rappresentanti del re. Intorno al 1670 ne fu costruita una più piccola sulle rovine; anche quella, però, venne sconsacrata nel 1792.

Ricostruzione digitale dello scavo archeologico (Università di St. Andrews)

Il complesso monastico occupava circa 700 metri quadrati, in parte su due piani. La chiesa, consacrata nel 1512, era collegata agli alloggi dei canonici tramite un passaggio coperto chiamato “scala notturna”. Un’ala separata accoglieva pellegrini e malati, con cucina e magazzini annessi. I muri erano costruiti con grandi pietre locali disposte in doppia fila, con un riempimento compatto di terra tra le pareti; sopra di esse si innalzava la struttura lignea del tetto coperto di torba, come voleva la tecnica costruttiva islandese tradizionale. Il legno proveniva in gran parte da tronchi di deriva raccolti lungo la costa di Héraðssandur e da betulle dei boschi vicini. All’interno le stanze erano talvolta con pavimento in legno, talvolta in pietra. I muri di alcune di essi erano coperti con pannelli lignei. Ma il dato più sorprendente non è architettonico. È umano.

A destra la chiesa con il cimitero e le tombe rinvenute, a sinistra il monastero.

Gli scavi archeologici (circa 1.500 metri quadrati indagati in dieci anni) hanno restituito quasi 300 individui sepolti nel cimitero del monastero: una cifra enorme, se si pensa che rappresenta circa l’1% dell’intera popolazione islandese di inizio Cinquecento. Sono state scavate 242 tombe; circa metà dei defunti erano malati, 130 laici e una ventina membri del clero. Si tratta della più grande collezione scheletrica mai rinvenuta in Islanda da un singolo scavo.

Le ossa raccontano storie che i documenti avevano dimenticato: infezioni gravi, malformazioni congenite, traumi, sifilide, echinococcosi, malattie croniche. Uomini e donne che non erano in grado di badare a sé stessi, donne morte di parto, bambini nati morti o non battezzati ai quali fu comunque concessa sepoltura in terra consacrata. Skriðuklaustur non era soltanto un monastero: era un luogo di cura, un ospizio, un rifugio per chi stava ai margini. Dai documenti sappiamo che, almeno per qualche tempo, a seguito della riforma e dell’eventuale dissoluzione dei monasteri, la condizione degli ultimi in Islanda era andata peggiorando perché si era perso l’importante ruolo assistenziale svolto dalle istituzioni ecclesiastiche cattoliche.

Oltre ai resti umani, sono stati catalogati più di 13.000 reperti e frammenti ossei. Le condizioni di conservazione erano straordinarie: perfino minuscole lische di pesce sono rimaste intatte nel terreno. Di oggetti completi non è stato rinvenuto quasi nessuno, perché tutto ciò che aveva valore fu portato via dopo la chiusura. Tra i ritrovamenti più suggestivi, però, si annovera una statua di Santa Barbara in numerosi frammenti; il volto venne ritrovato addirittura due estati dopo, in un’area diversa del complesso.

Dal 2012 esiste anche una ricostruzione digitale in 3D del monastero, sviluppata ulteriormente all’Università di St Andrews e integrata in un ambiente virtuale che permette di “camminare” negli edifici com’erano nel primo Cinquecento. Un modo per restituire volume e spazio a muri che oggi emergono appena dal suolo.

Ricostruzione digitale dello scavo archeologico (Università di St. Andrews)

Il monastero si sosteneva grazie alla gestione di circa 60 fattorie nell’Islanda orientale. Gli affitti venivano pagati in lana filata in casa, burro, bestiame, pesce essiccato, farina, legna e carbone. La fattoria madre, Skriða, che dava il nome al Monastero, si estendeva per oltre 10.000 ettari lungo un’antica via di comunicazione che collegava Fljótsdalur ai fiordi orientali e alle rotte commerciali verso Gautavík, nel Berufjörður, che si raggiungeva attraverso il passo montano di Öxi, luogo estremamente scenografico, oggi lungo la strada 939. Il convento si trovava dunque su un luogo di passaggio.

Ricostruzione digitale degli interni (Università di St. Andrews)

Oggi restano basse mura ricostruite, un sentiero, pannelli esplicativi e una piattaforma panoramica. Ma se ci si ferma un momento, lasciandosi accarezzare dal vento, si percepisce ancora l’idea che ha animato questo luogo per pochi, intensi decenni: una comunità che provava a coniugare fede, assistenza e responsabilità sociale in un angolo remoto dell’Atlantico del Nord.

Il sito del monastero oggi.
Exit mobile version