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La lettera di Papa Paolo III all’ultimo vescovo d’Islanda

Una lettera da Roma, nel pieno della tempesta

8 marzo 1549, Roma.
Papa Paolo III scrive a Jón Arason, vescovo di Hólar. È una lettera breve, quasi sobria nei toni, ma carica di significato se la si colloca nel momento storico in cui nasce.

Siamo negli anni decisivi della Riforma protestante in Islanda. Il paese è ormai sotto la pressione della corona danese, che ha adottato il luteranesimo e ne impone progressivamente l’introduzione anche nei territori periferici del regno. Ma nel nord dell’Islanda, a Hólar, Jón Arason resiste. È l’ultimo vescovo cattolico islandese, e non ha alcuna intenzione di cedere. Avendo informato il Papa degli sviluppi nella sua terra, il vescovo riceve questa lettera:

PAULUS PAPA III.

Venerabilis frater. Salutem et Apostolicam benedictionem.

Recepimus literas tuas xxvii. Augusti preteriti datas plenas illas quidem tum pietatis erga Deum, tum observantie et obedientie erga nos et hanc sanctam sedem: de quibus te summopere in Deo Domino commendamus. hortamurque. ut una cum tibi commisso grege in illis perseveres. recepturus ab hominibus laudem in terris. et ab ipso Deo eternam vitam in celis. Quod vero ad pecuniam beato Petro debitam. quam apud te conservare dicis. attinet. gratum erit nobis ut illam in usum eorum pauperum eroges. qui misericordia digni tibi videbuntur. existimesque nos in his. que cum Deo facere poterimus. nunquam tibi defuturos. Deus ipse omnipotens te et gregem tuum benedicat.

Datum Rome apud Sanctum Petrum. sub annulo piscatoris. die viii. Martii. m. D. xxxx. viii. Pontificatus nostri quinto decimo.

Blo. es. fulgin.

Venerabili fratri Episcopo Holensis

PAOLO III, PAPA

Al venerabile fratello, salute e benedizione apostolica.

Abbiamo ricevuto la tua lettera, datata 27 agosto dello scorso anno, piena certamente tanto di pietà verso Dio quanto di rispetto e obbedienza verso di noi e verso questa santa sede: per queste cose ti raccomandiamo vivamente nel Signore Dio. Ti esortiamo inoltre a perseverare in esse insieme al gregge a te affidato, così che tu possa ricevere dagli uomini lode sulla terra e da Dio stesso la vita eterna nei cieli.

Per quanto riguarda poi il denaro dovuto al beato Pietro, che dici di custodire presso di te, ci sarà cosa gradita che tu lo distribuisca per l’uso dei poveri che ti sembreranno degni di misericordia. E sappi che noi, in tutto ciò che potremo fare con l’aiuto di Dio, non verremo mai meno nei tuoi confronti.

Lo stesso Dio onnipotente benedica te e il tuo gregge.

Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del pescatore, l’8 marzo, nell’anno 1548, nel quindicesimo anno del nostro pontificato.

Al venerabile fratello, vescovo di Hólar.

Gli apparati che accompagnano questo testo nell’edizione di Jón Sigurðsson del 1878 (Biskupasögur 2, pp. 695–697) ci aiutano a capire quanto questa lettera fosse sentita e celebrata nella tradizione islandese successiva.

Árni Magnússon, il grande collezionista di manoscritti citato nell’edizione, racconta che Jón Arason aveva scritto al papa per descrivere la situazione religiosa dell’isola. La risposta pontificia fu letta pubblicamente a Hólar, con grande solennità: il vescovo indossò i suoi paramenti migliori, fece disporre quattro sacerdoti ai lati e rimase in piedi, a capo scoperto, mentre il testo veniva proclamato davanti all’altare. Non era solo una lettera: era una legittimazione, un segnale di sostegno da Roma.

Il papa lo chiama “figlio dilettissimo” e lo esorta a restare saldo nella fede e a difenderla. Secondo la tradizione, questo incoraggiamento rafforzò ulteriormente la posizione di Jón Arason, che da quel momento si sentì confermato nella sua missione di opposizione al luteranesimo.

Ma c’è anche un dettaglio materiale interessante: il documento che leggiamo oggi non è l’originale. Gli apparati mostrano una tradizione testuale complessa.
– Esisteva una trascrizione settecentesca (Grunnavíkur-Jón, ca. 1750–1760) dichiarata tratta da un originale sigillato, già allora danneggiato.
– Un’altra versione circolava attraverso le Biskupasögur, probabilmente mediata e forse tradotta o rielaborata.
– Un testimone latino completo non è conservato con certezza: già gli studiosi del XVIII secolo sospettavano che il testo latino in circolazione fosse stato ricostruito a partire da una versione islandese.

In altre parole, questa lettera vive in una zona grigia tra documento storico e tradizione narrativa: è autentica nel suo nucleo, ma filtrata da secoli di trasmissione, copia e reinterpretazione.

E poi c’è il dato più importante, quello che nessun dubbio filologico può attenuare. Due anni dopo questa lettera, nel 1550, Jón Arason sarà catturato e giustiziato sommariamente il 7 novembre insieme a suoi due figli. Con lui si chiude definitivamente l’epoca cattolica islandese, nonché convenzionalmente il periodo medievale.

Letta a posteriori, questa pagina assume quasi il tono di un ultimo sostegno, arrivato da Roma quando ormai era troppo tardi per cambiare il corso degli eventi. Una voce lontana, autorevole, ma destinata a non essere ascoltata abbastanza a lungo.

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