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Groenlandia, Erik il Rosso e il “marketing ingannevole”: mito o realtà storica?

Negli ultimi giorni, sull’onda dell’attenzione mediatica riguardo all’interesse statunitense per la Groenlandia, è tornata in voga una narrazione viral-friendly: la Groenlandia, “Terra verde” sarebbe stata così battezzata da Erik il Rosso come uno dei primi esempi di “marketing ingannevole” della storia — un nome bello per attrarre coloni in una terra apparentemente coperta di ghiaccio. Questa versione ha incominciato a circolare come un meme: facile da ricordare, irresistibile per gli algoritmi e perfetta per i titoli clickbait.

Ma quanto di ciò che si dice è fondato sulle fonti? È tempo di tornare alle testimonianze più antiche e di attraversare il contesto — climatico, culturale e storico — in cui avvenne questa scelta.

La fonte della notizia

La fonte più antica che racconta della colonizzazione della Groenlandia è la Íslendingabók di Ari Þorgilsson il Saggio, compilata intorno al 1125. Si tratta del primo testo storiografico islandese giunto fino a noi, redatto con intento documentario e basato su testimonianze orali dirette. Nel capitolo VI si legge:

“La terra che si chiama Groenlandia fu scoperta e colonizzata dall’Islanda. Un uomo chiamato Eiríkr il Rosso da Breiðafjörður andò là e prese possesso della terra nel luogo che da allora fu chiamato Eiríksfjörðr. Egli diede il nome alla terra chiamandola Groenlandia e disse che gli uomini sarebbero desiderati andare là se la terra avesse un buon nome…” 

Ari registra quindi non solo il nome dato da Erik, ma anche la motivazione dichiarata: un nome attraente per incoraggiare la migrazione. La formulazione storiografica non lo condanna come inganno, né lo eleva a capolavoro di persuasione: semplicemente registra l’intento che l’attrattività del nome avrebbe favorito la partenza. Ma può tale asserzione essere presa per oro colato? Vediamo.

Il contesto climatico del Medioevo: “verde” non era solo metafora

Un elemento spesso dimenticato nei paragoni moderni è il contesto climatico medievale. La colonizzazione norrena della Groenlandia avvenne alla fine del X secolo, durante il cosiddetto Periodo Caldo Medievale, un intervallo di temperature relativamente più miti nel Nord Atlantico che rese possibile, in alcune vallate meridionali, attività agricole e pascolive per i coloni. 

Gli insediamenti principali, detti Insediamento Orientale (Eystribyggð per quello sull’estremità sud occidentale) e Insediamento Occidentale (Vestribyggð per quello più piccolo e localizzato sempre sulla costa lccidentale, ma più a nord), erano situati lungo fiordi dove il microclima permetteva di pascolare bestiame, produrre foraggio e lavorare il suolo con tecniche nordiche adattate alle condizioni sub-artiche. 

Recenti studi di archeologia e bioclimatologia mostrano come i coloni modificarono l’ambiente attraverso pratiche agricole, creando paesaggi “sinantropici”, ovvero che supportavano bestiame e colture che porgevano vivere grazie alla sinergia con l’uomo, e in misura significativa. A differenza di quanto avrebbero fatto gli Inuit, i coloni norreni non si limitarono a subire il paesaggio, rincorrendo il bestiame e pescando. Fecero sì tutte queste cose, ma modificarono anche il paesaggio in modo più evidente, importando specie animali e vegetali.

Questo non vuol dire che la Groenlandia fosse un Eden agricolo paragonabile all’Europa temperata, ma piuttosto che, nelle parti abitate, non era un deserto glaciale uniforme (e non lo è nemmeno oggi): vi erano aree davvero “verdi” nella stagione giusta.

Il tema del “marketing ingannevole”

Riprendendo la narrazione moderna: si dice che Eiríkr abbia deliberatamente ingannato i potenziali coloni, presentando una realtà ben diversa da quella anticipata dal nome. Ma se guardiamo alle provenienze e ai contatti nordici di quel tempo, la questione si complica:

I traffici di persone e merci tra Islanda, Norvegia e Groenlandia continuarono per secoli, con viaggi regolari di mercanti, missionari e ecclesiastici come Ívar Bárðarson, che nel XIV secolo documentò condizioni di insediamento e rotte. Se la terra fosse stata percepita come completamente ingannevole da chi vi si recava, sarebbe bastato un singolo viaggio di ritorno per smascherare il falso. In realtà, i contatti continuarono per tutto il medioevo, senza che nessuno commentasse sull’inadeguatezza del nome “Groenlandia”, e senza che nessuno sentisse il bisogno di rimarcare come fosse stata messa in atto qualche truffa.

Considerare dunque la frase riportata narrazione di Ari come marketing ingannevole nel senso moderno rischia di essere semplicistico, oltre che anacronistico. Più probabile è che l’espressione riguardasse la percezione positiva di un ambiente effettivamente stimolante per un contadino nordico, non una frode deliberata. Del resto ho osservato personalmente come oggi, italiani che visitano l’Islanda, vedendo gli stessi paesaggi possono avere impressioni opposte: alcuni rimarcano di quanto ci siano molti più alberi di quanto si possa immaginare, mentre altri sostengono che ce ne sarebbero veramente pochi. Stessi paesaggi, ma impressioni opposte.

Inoltre, se leggiamo bene le parole del cronista medievale, ci accorgiamo subito che esse potrebbero tranquillamente applicarsi anche ad una terra che verde lo è per davvero: l’annotazione è davvero laconica, certo, ma comunque non riporta alcun dettaglio che suggerisca come tale nome non riflettesse le qualità reali della terra stessa. Uno può dare un nome bello con l’intento di attirare gente, anche se la terra è bella già di suo. In un’era molto lontana dall’invenzione della fotografia, ci sta che un paese venga promosso innanzitutto attraverso il suo nome. Trovo davvero non sostenibile la tesi per cui il primo colonizzatore della Groenlandia avesse cercato di imbrogliare qualcuno. Al massimo ha voluto che la caratteristica che più lo aveva colpito di quel paese fosse immediatamente evocata nella mente delle persone, semplicemente sentendo nominare il paese.

Percezione soggettiva e narrazione medievale

Una lezione importante per chi legge fonti antiche è che la percezione del paesaggio e il linguaggio medievale non corrispondono sempre alle categorie moderne. Un fiordo erboso in estate, con pascoli abbondanti per il bestiame, poteva essere ricordato come una “terra verde”, pur essendo circoscritto geograficamente e soggetto a forti inverni. 

Allo stesso modo, saghe come Eiríks saga rauða, pur utili per comprendere ideologie e narrazioni culturali, non vanno lette come reportage giornalistici: sono testi costruiti secondo categorie narrative specifiche della tradizione islandese. 

Alla luce delle fonti storiche e delle ricerche attuali, nonché delle considerazioni che ho fatto, appare difficile sostenere che il nome Groenlandia sia stato una sorta di frode sistematica sulla falsariga del moderno “marketing ingannevole”.

Ciò che emerge dalle fonti è piuttosto un atto intenzionale di Eiríkr: dare un nome che suonasse attraente per i potenziali coloni, ma senza l’implicazione che in ciò si nascondesse un imbroglio.  La Groenlandia non è una realtà climatica omogeneamente glaciale: ci sono luoghi oggettivamente adatti alla vita agricola norrena, e che hanno addirittura qualità migliori di tanti altri posti comunque abitati in Islanda o in Norvegia.  Il nome “Terra verde” implica una percezione soggettiva legata all’esperienza di chi vi arrivava, non necessariamente disgiunta da verità empirica sul terreno. 

In definitiva, l’idea di un ancoraggio medievale del concetto di “fake news” appare più come una proiezione moderna che come un fenomeno effettivamente documentato dalle fonti.

Alcune letture:

Fonti primarie e saghe:

Ari Þorgilsson. Íslendingabók, cap. VI. Tradotto e commentato su OldNorse.org. Accesso 2025.  Eiríks saga rauða e Grœnlendinga saga consultabili su snerpa.is

Studi e ricerche:

Arneborg, Jette. 2008. “The Norse Settlements in Greenland” in Jette Arneborg, Norse Greenland Routledge.

Dugmore, Andrew J., Keller, et al. “Norse Greenland Settlement: Reflections on Climate and Adaptation” (pdf disponibile online). 

Jackson, R. 2018. “Disequilibrium, Adaptation, and the Norse Settlement of Greenland”.

Nedkvitne, Arnved. 2019. Norse Greenland: Viking Peasants in the Arctic. Abingdon, UK / New York: Routledge. 

Seaver, Kirsten A. 1996. The Frozen Echo: Greenland and the Exploration of North America, ca. A.D. 1000–1500. Stanford, CA: Stanford University Press. 

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