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Le rune in Islanda: miti e realtà

Le rune affascinano: le vediamo spesso accompagnare immagini di paesaggi mistici e drammatici, di eroi e guerrieri nordici e divinità della mitologia scandinava. Stilemi che rispecchiano un mondo idealizzato e dall’estetica accattivante. Sono solitamente associate a pratiche magiche divinatorie e vendute in kit dal design intrigante, e anche la mente più razionale a volte fatica a resistere al fascino di questi simboli antichi.

La verità, tuttavia, è che quanto di magico potesse esserci nelle rune non ci è dato sapere, che le rune presentate solitamente nel merchandising a tema islandese non c’entrano nulla con l’Islanda, e che la tradizione runica in generale non è qualcosa di precipuamente islandese, ma andiamo con ordine.

I contenuti di questo articolo sono desunti in larga misura da un seminario tenutosi all’Università d’Islanda nel maggio 2021, e coordinato dalla professoressa Alessia Bauer, uno dei massimi esperti esperti di runologia al mondo, oltre che dal volume II della prestigiosa collana Bibliotheca Arnamagnæana, Islandske runeindskrifter (“Iscrizioni runiche islandesi”) di Anders Bæksted (1942), volume un po’ superato per certi versi, ma tutt’ora il miglior catalogo di iscrizioni runiche islandesi in circolazione.

Facendo un passo indietro, le rune sono un alfabeto: alcuni studiosi pignoli insistono perché si usi il termine “serie” e non “alfabeto”, perché le prime due lettere della serie runica non sono derivate dalla alpha e della beta greche, che nella serie runica antica occupano invece la quarta e la diciottesima (a seconda della serie) posizione. Io penso che si tratti di una lettura troppo rigida ed etimologica del termine: per alfabeto si intende un “sistema grafico di natura fonetica che assegna tendenzialmente un simbolo specifico ad ogni fonema di una lingua”, indipendentemente dal fatto che le prime due lettere siano A e B. “Serie” mi pare un termine troppo generico che maschera lo scopo principale delle rune: trasferire in forma scritta le parole della lingua antico-nordica.

L’opinione maggioritaria è che le rune siano derivate in larga misura dall’alfabeto latino (le altre ipotesi, come quella greca o etrusca, godono ormai di poco credito), con alcune modifiche che le rendevano più adatte all’incisione su legno: tenendo le venature del legno in orizzontale, si incidevano solo linee verticali o diagonali, perché linee orizzontali si sarebbero confuse con le crepe che si aprono nel legno, per questo la lettera “T” diventa “ᛏ” e la “A” diventa “ᚨ”, con la linea orizzontale che diventa diagonale. Alcune iscrizioni tra le più antiche sono di difficile interpretazione, e pare possano avere qualche valenza magica, ma di come funzionassero, quale fosse l’effetto inteso e le modalità d’uso, non sappiamo nulla. Non abbiamo dunque traccia di pratiche divinatorie con le rune. La tradizione New Age di leggere il futuro nelle rune è nata da un’associazione non supportata da fatti di un passo della Germania di Tacito, dove sostiene che i germani leggevano il futuro incidendo segni su bastoncelli. Non abbiamo conferma archeologica di ciò, e non esiste nessuna ragione per cui questi “segni” fossero le lettere di una serie runica.

“Ísland”, scritto con rune mai usate in Islanda.
Un sigillo magico del 1800 con l’alfabeto runico del 200-700
Un kit di divinazione.

L’alfabeto runico utilizzato nella cultura pop e nel merchandising islandese è quello detto fuþark antico. Si tratta di un alfabeto che era in uso nella Scandinavia continentale tra il 200 e il 700 d.C.

ᚠ ᚢ ᚦ ᚨ ᚱ ᚲ ᚷ ᚹ • ᚺ ᚾ ᛁ ᛃ ᛈ ᛇ ᛉ ᛊ • ᛏ ᛒ ᛖ ᛗ ᛚ ᛝ ᛞ ᛟ 

l’alfabeto fuþark antico

Dal 700 inizia a diffondersi il fuþark recente, una serie semplificata, dalla quale derivano poi i vari alfabeti runici in uso nel medioevo.

ᚠ ᚢ ᚦ ᚨ ᚱ ᚴ • ᚾ ᚿ ᛁ ᛆ ᛌ • ᛐ ᛒ ᛙ ᛚ ᛧ

l’alfabeto fuþark recente

L’alfabeto runico tipicamente islandese è riportato nell’immagine sotto. Potrete constatare come differisca in modo sostanziale da quello in uso nel merchandising.

Esistono 200 iscrizioni danesi del primo periodo, ovvero la tarda età del ferro nordica, alle quali seguono circa 2000 iscrizioni svedesi e 50 norvegesi. A queste si aggiungono 30 sull’Isola di Man, un paio nelle isole scozzesi e 9 nelle isole Føroyar. Nella tarda età del ferro nordica, ovvero il periodo detto delle “incursioni vichinghe” (793-1066) l’Islanda viene colonizzata. Secondo la cronologia ufficiale tra 870 e 930. Del breve periodo di storia islandese antecedente alla scristianizzazione, avvenuta nel 999/1000, non abbiamo nessuna iscrizione runica su pietra, ma un paio di brevi iscrizioni di dubbia interpretazione e su oggetti di difficile datazione, probabilmente importati dall’estero e non prodotti in loco.

Nel Medioevo le rune scompaiono un po’ ovunque tranne che in Norvegia, dove sopravvivono come sistema di scrittura per messaggi rapidi e molto prosaici incisi su legno, in quanto più adatte delle lettere latine che avevano ormai preso piede in tutto il nord. In Islanda, curiosamente, è in questo periodo che spuntano le prime iscrizioni. Dal 1100 abbiamo un’iscrizione su una vanga per il taglio della torba, conservata al museo nazionale d’Islanda, che recita, secondo la lettura più comune:

“Páll mi possedeva, Ingjaldr mi fece”.

Dal 1200 abbiamo una breve iscrizione sulla porta di una chiesa dell’Islanda orientale, anch’essa conservata al museo nazionale, e di lettura difficile, ma che pare reciti:

“(Vedi il) potente re, qui sepolto, che uccise questo drago”.

E un bastoncello rinvenuto sull’isola di Viðey che riporta una porzione di alfabeto.

Con un corpus così limitato, e per di più scritto “a zampe di gallina”, ovvero con incertezze ortografiche evidenti, non si può parlare di tradizione runica in Islanda. Queste (due!) iscrizioni sono evidentemente una tradizione straniera che qualcuno ha provato a seguire, ma senza grande successo o seguito.

Sempre in questo periodo medievale, assistiamo anche a una massiccia influenza delle convenzioni ortografiche latine. L’arrivo precoce della scrittura latina rispetto all’inizio della storia islandese ha fatto sì che i pochi cenni di tradizione runica soccombessero abbastanza presto.

Dal periodo medievale (1200) iniziano a comparire in Islanda alcune pietre con iscrizioni runiche, da non confondere con le pietre runiche della Scandinavia continentale: quest’ultime erano pietre erette in senso verticale e con forme e funzioni diverse. Le pietre islandesi sono normalissime pietre tombali ad argomento cristiano, e possono incorporare espressioni religiose in latino. Differiscono anche nel contenuto perché le pietre runiche a funzione commemorativa tendevano ad invocare la protezione di Dio, mentre le pietre tombali islandesi invitano il passante a dedicare una preghiera al morto (come succedeva nei cimiteri italiani di una volta, dove si riportava la dicitura “una prece” sulle pietre tombali. Non stupitevi: si legge ovunque in giro del supposto paganesimo di fondo della società islandese, ma si tratta solo di costruzioni per attirare i turisti con facilonerie pacchiane. In effetti, nel periodo medievale, l’Islanda è pienamente cattolica, e nella confessione cattolica le preghiere dei fedeli rivestono un ruolo importante per i defunti.

La pietra runica di Útskálar, è proprio un esempio di questo. Il testo si legge dalla seconda riga, poi la terza e infine la prima. Il testo è il seguente:

ᚼᛁᛄᚱ : ᚼᚢᛁᛚᛄᚱ : ᛒᚱᛄᛐᛐ?? : ᚮᚱᛉᛍ | ᛑᚮᛐᛐᛄᚱ : ᛚᛄᛍᛄ : ᚦᚢ : ᛕᛆᛆᛐᚱᚿᚮᛍᛐᛄ -ᚱ| ᚠᛨᚱᛄᚱ : ᛍᛆᛚ : ᚼᛄᚿᚿᛆᚱ

hier : huiler : (b)(r)eti– : orms | dotter : lese : þu : paaternoste|r | fyrer | sal | hennar

“Qui riposa Brettiva (?) Ormsdóttir. Leggi un Padre Nostro per l’anima sua”.

Non solo il contenuto mostra che questa pietra non è collegata alla tradizione epigrafica antica del millennio precedente, ma anche la lingua: la scrittura runica antica, infatti, non indicava le doppie, cosa che questa epigrafe fa, e che è probabilmente stata mutuata dalle convenzioni in uso nella scrittura con alfabeto latino, ovvero quello principale in Islanda dalla conversione.

Dopo la riforma luterana (ultimata nel 1550), abbiamo un’ulteriore diffusione delle rune, anche nei manoscritti, ma qui sono soprattutto usate come alfabeto segreto, per veicolare messaggi il cui contenuto non doveva essere accessibile a chiunque. A volte fanno la comparsa nei grimori (libri di magia) del periodo moderno, dove vengono solitamente modificate e storpiate, ma sono comunque associate ad invocazioni angeliche o demoniache ascrivibili ad una cosmologia cristiana.

Attenzione inoltre a non confondere le rune con i galdrastafir “simboli magici”, come l’ægishjálmur, che troviamo per la prima volta in un manoscritto seicentesco, il Galdrakver, “Taccuino delle magie”, o il Vegvísir, che compare per la prima volta in un manoscritto del 1860, Huld; questi simboli sono di origine esoterica rinascimentale, compaiono per la prima volta nell’età moderna nei testi di magia/erbologia, e sono di derivazione europea. I loro antenati più o meno diretti sono i sigilli demoniaci rintracciabili in testi come la Clavicola di re Salomone, ovvero testi di magia europea rinascimentale che sostengono di essere derivati dall’antica sapienza ebraica. Nulla a che vedere dunque con il medioevo nordico, o con i non meglio caratterizzati “vichinghi”. Associare questi simboli all’alfabeto runico antico, come viene fatto spesso in tatuaggi o collane vendute in Islanda, è un pasticcio storico simile all’associare lo stemma della Repubblica italiana all’alfabeto greco o fenicio. Non c’entrano assolutamente nulla!

Non pensiate dunque che quando incontrate rune o simboli strani nei testi magici dell’età moderna vi trovate di fronte a una tradizione del periodo pre-cristiano rimasta sopita per più di 500 anni e riaffiorata magicamente nell’età moderna!

Il manoscritto ÍB 383 4to, Huld (1860), include numerosi cifrari, tra i quali alcuni contengono serie runiche.

Come si spiega dunque questo riemergere delle rune in età tarda? La risposta sta nell’interesse antiquario: così come gli umanisti e i rinascimentali volevano riscoprire il passato classico ed imitarlo, così in Scandinavia si sviluppa un’interesse per il passato più antico. In Scandinavia come in Italia, questo si accompagna ad una lunga sequela di errori e travisamenti che portano all’elaborazione falsata di un passato idealizzato causata da una cattiva comprensione del materiale a disposizione (e dalla tendenza insita in alcuni ad inventarsi spiegazioni di sana pianta quando mancano dati per formularne di convincenti).

In soldoni:

  • Le rune non sono simboli magici, ma lettere alfabetiche che possono essere usate, né più né meno che quelle latine, per scrivere formule con valenza magica.
  • Le rune non vengono importate in Islanda dalla Scandinavia.
  • Non esiste una tradizione runica in Islanda nel periodo pagano.
  • Le rune islandesi non sono quelle usate nel merchandising islandese, quelle sono rune dell’età del ferro che furono abbandonate prima ancora che l’Islanda venisse colonizzata.
  • Le rune compaiono raramente nel periodo medioevale e tradiscono poca dimestichezza con il loro sistema.
  • Si tratta di incisioni brevi e prosaiche, o epigrafi tombali che tradiscono una pesante influenza latina/cristiana.
  • Le pietre tombali con incisioni in rune non hanno nulla a che vedere con le pietre runiche della Scandinavia continentale. Sono tradizioni diverse ed indipendenti.
  • Le rune si diffondono maggiormente verso la fine del medioevo per interesse antiquario.
  • I simboli magici

Sono laureato in lingue scandinave e ho una laurea magistrale in studi medievali islandesi ottenuta all’Università d’Islanda. Ora sto facendo un dottorato alla stessa università (con una ricerca sui manoscritti del tardo medioevo islandese) dove insegno o ho insegnato varie cose, come antico islandese, manoscritti islandesi o lingua e letteratura italiana. Ho lavorato anche come traduttore e ogni tanto faccio la guida per Italiani qui in Islanda. In Diana trovate una mia traduzione dei testi medievali sulla scoperta dell’America da parte dei popoli nordici dal titolo “Saghe della Vinlandia”, mentre in Iperborea ho pubblicato una traduzione di un racconto medievale islandese dal titolo “Saga di Gunnar”.

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