Flatey

Finalmente sono riuscito a coronare un piccolo sogno che coltivavo da anni: visitare l’Isola di Flatey, nel Nord-Ovest.

Da quest’isola prende il nome il più grande codice pergamenaceo del medioevo islandese: la Flateyjarbók, o “Libro di Flatey”. Una colossale miscellanea di testi, tra i quali poemi, annali, genealogie, testi storici sul passato nordico, ma soprattutto…saghe. In particolare saghe dei re norvegesi, dentro alle quali sono incastonati una moltitudine di saghe e racconti che coprono una miriade di vicende della storia medievale nordica: la saga dei conti delle Orcadi, dei vichinghi di Jómsborg, dei Faroesi, dei Groenlandesi…

L’edizione a stampa di questo manoscritto consiste in 4 volumi da 600 pagine l’uno! Per produrre questo codice mastodontico sono stati uccisi più di 100 vitelli, e dalla schiena di ognuno di questi sono stati ricavati due fogli per il codice.

Il codice di Flateyjarbók è stato commissionato da un potente signore del Nord-Ovest, Jón Hákonarson, il quale lo fece produrre a partire dal 1387 da un prete, Jón Þórðarson, al quale si sostituì poi il collega Magnús Þórhallsson, che lo concluse fino al 1393, completando gli annali, aggiungendo lo rubriche e le decorazioni. La composizione è avvenuta con tutta probabilità nel monastero di Þingeyrar, dove oggi si trova una fattoria e una chiesa tra le più belle d’Islanda.

Il codice è passato poi nelle mani di una potente famiglia del nord-ovest, e per i due secoli successivi rimase nelle loro mani, custodito nella sede della famiglia sull’isola di Flatey. A metà del 1600, le conoscenze nazionali iniziarono a risvegliarsi, e i monarchi nordici cercavano materiale per ricostruire ed esaltare il glorioso passato nazionale. L’Islanda era la nazione nordica che meglio di tutte aveva conservato memoria del passato, con la fissa tutta islandese per le genealogie e la stesura in prosa della festa eroiche degli antenati. A quel tempo la Danimarca controllava l’Islanda, e il re danese commissionò dunque al vescovo islandese Brynjólfur Sveinsson di raccogliere quanto più materiale antiquario sul passato. L’ultimo proprietario della Flateyjarbók, tale Jón Finnsson, regalò il volume al vescovo (non si sa se in cambio di favori, esenzioni fiscali o altro), ed esso finì in Danimarca, dove rimase fino agli anni ‘70, quando fu restituito all’Islanda, ormai indipendente dal ‘44.

Il codice giunse su una nave militare assieme ad un altro manoscritto preziosissimo: il Codex regius dell’edda poetica. Gran parte della nazione si era radunata sul molo della capitale per dare il benvenuto a questi tesori nazionali di inestimabile valore. Per immaginarvi l’emozione e la portata di questo evento, provate a pensare all’accoglienza che noi italiani riserveremmo qualora i francesi decidessero di donare la Gioconda all’Italia.

Per me, visitare Flatey è stato un po’ come visitare un santuario ancestrale. La cornice è perfetta: l’isola, il cui nome significa “Isola Piatta”, è piuttosto piccola, ed è circondata da un vasto arcipelago di scogli e isolotti bassi, nell’abbraccio solenne della terraferma, che circonda l’immenso golfo del Breiðafjörður con i suoi monti striati dal ghiaccio.

La si può raggiungere in traghetto da Stykkishólmur (raggiungibile in meno di tre ore di auto da Reykjavík). Qui si può lasciare l’auto e prendere il biglietto (5000 ISK/30€ andata e ritorno) per il traghetto, che parte alle 15:00. La traversata dura un’ora e mezza. Sull’isola si hanno a disposizione due ore e mezza (più che sufficienti per visitarla), prima che il traghetto faccia ritorno alle ore 19:00 per rientrare a Stykkishólmur.

Sull’isola non ci sono strade asfaltate, ma solo una sterrata e alcuni sentieri. Flatey era un tempo uno snodo commerciale importante, ma oggi vi risiedono permanentemente solo un paio di persone, mentre in estate si popola di famiglie che si recano nelle case ancestrali dei loro avi a trascorrere le vacanze.

L’isola è un punto d’interesse naturalistico particolare, e in particolare si possono osservare fratercule artiche, urie nere, sterne…

Ma per me la metà più emozionante è stata senza ombra di dubbio la graziosissima biblioteca, creata nell’Ottocento e ristrutturata negli anni ‘80. Qui dentro è conservata, in una teca, una copia facsimile del codice Flateyjarbók. La casetta che ospita la biblioteca dell’isola si trova dietro alla chiesa, anche questa particolarmente bella.

Il piccolo centro abitato ospita un albergo-ristorante, e si può attraversare in cinque minuti costeggiando le graziosissime casette colorate.

In quest’isola è anche ambientato il giallo “L’enigma di Flatey”, edito in italiano in Iperborea, dove un misterioso omicidio viene collegato ad un enigma che può essere risolto solo conoscendo a fondo il contenuto del manoscritto medievale.

Per me è stato un vero e proprio pellegrinaggio culturale: nel 2015 mi sono laureato in Studi Medievali Islandesi presentando una tesi proprio su questo manoscritto, dove ho presentato un confronto della lingua e della grafia dei due copisti. L’emozione che ho provato durante la traversata, nel vedere l’isola sull’orizzonte, e poi trovandomici sopra, respirando tanta storia e leggenda, è stata troppa per poterle rendere giustizia a parole.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. A. ha detto:

    Ma è bellissima 😍

  2. fa venir voglia di andare!

  3. Mercuriade ha detto:

    Interessante il particolare che in Islanda si preferisse la pergamena bovina a quella ovina; com’è indicativo l’interesse che ancora alla fine del Trecento si nutriva per la tradizione delle saghe. Interesse, che, contrariamente a quanto si pensa oggi di solito, coinvolgeva anche chierici e monaci.

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