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Il Medioevo islandese

Siamo abituati a prendere in mano un libro di storia (o a consultare Wikipedia) e trovarvi la storia descritta come un racconto. Gli aspetti controversi sono spesso smussati in favore di una versione lineare che ha il pregio di essere chiara e il difetto di essere inesatta. La realtà è che le date possono essere azzardate, approssimate, a volte non verificabili, e che gli studiosi si arrovellano e discutono continuamente su dettagli piccoli e grandi di queste storie.

L’inizio della storia dell’Islanda si fa coincidere normalmente con il periodo detto della colonizzazione, quando i primi coloni di lingua norrena (antico norvegese/islandese) sarebbero giunti in Islanda, chi dalla Norvegia, chi dalle isole britanniche, in particolare dalla Scozia e dalle isole scozzesi.

Secondo i testi Medievali più importanti, come il Libellus islandorumÍslendingabók di Ari fróði (il Saggio), composto nel XII secolo, e la Landnámabók (Libro delle colonizzazioni) l’Islanda è stata scoperta per caso da esploratori nordici, e la sua colonizzazione sarebbe stata avviata nell’anno 874 dal Norvegese Ingólfr Arnarson, che avrebbe preso possesso del sud ovest, stabilendosi a Reykjavík. Le stesse fonti ci dicono anche che all’arrivo dei coloni c’erano già eremiti cristiani di stirpe irlandese, che in norreno erano chiamati papar, i quali se ne sarebbero andati per non dover vivere a diretto contatto con i pagani. Ad oggi non sono state trovate prove archeologiche della loro presenza, eccezion fatta per alcune croci cristiane incise sulle pareti di grotte, la cui datazione è però impossibile, così che potrebbe trattarsi di elementi molto più recenti. La loro presenza potrebbe essere segnalata in alcuni toponimi che includono l’elemento pap-, come l’isola di Papey.

Nel giro di pochi decenni, sempre secondo le fonti scritte, tutta l’Islanda sarebbe stata colonizzata, con alcuni dei coloni che vengono descritti come cristiani, specie tra i più importanti, come Auður Menteprofonda, personaggio della Laxdæla saga, Helgi il Magro, colonizzatore dell’Eyjafjörður, Ketill lo Stupido, che si insediò nel sud a Kirkjubær, ma per la maggior parte pagani. Molti di questi coloni sono descritti come di nobili natali, e alcuni dediti alla pirateria.

Nel 930 d.C., sempre a sentire le fonti scritte, con l’Islanda ormai tutta occupata lungo il perimetro, e ancora “coperta di foreste tra i piedi dei monti e la riva del mare” (come viene riportato nella Íslensingabók), i nuovi coloni decidono di fondare il loro parlamento, l’Alþing, o Alþingi in islandese moderno. Questo è considerato il momento di nascita della nazione islandese, anche se le identità nazionali nel Medioevo erano qualcosa di molto più nebuloso e indefinibile di quanto non vorremmo noi oggi.

Questa ricostruzione tradizionale, in linea generale, è considerata corretta, ma sussistono alcuni problemi:

1) Sono state trovate monete romane in diverse zone del Paese, monete di poco valore che non giustificano la loro conservazione – ad esempio – in un tesoro familiare. La famosa ultima Thule riportata da Pitea di Marsiglia e menzionata da Virgilio poteva essere l’Islanda? È possibile che cittadini romani (magari di origine britannica) vi siano giunti anche per sbaglio? Il fatto che le monete siano state trovate in punti diversi dell’isola fa pensare ad alcuni che uno sbarco romano sia meno probabile. È più possibile che circolassero le monete come oggettistica personale. È anche possibile che una cosa non escluda l’altra.

2) Nell’est del Paese è stato trovato un insediamento temporaneo per la caccia estiva risalente al 700, quindi un secolo abbondante prima dell’inizio della colonizzazione. Pare che il racconto del libro degli insediamenti non sia proprio affidabile. In esso, l’esploratore Flóki dei Corvi Vilgerðarson avrebbe esplorato l’Islanda svernando nei fiordi dell’Ovest e vedendo i ghiacci fluttuanti giunti dalla Groenlandia, battezzando la terra in quell’occasione e chiamandola Ísland “Ghiaccioterra” (non ci fu dunque nessuna cospirazione per tenere lontani eventuali invasori, come viene spesso sostenuto: questa è una leggenda nata su internet, che non ha nemmeno senso, visto che al tempo del “battezzo” in Islanda non c’era praticamente nessuno). Ingólfur (che ho già menzionato) sarebbe stato il primo a trasferirvisi definitivamente subito dopo la scoperta. La realtà più prosaica è che l’Islanda dovette essere conosciuta già da molti decenni, e che molti vi si recassero nei mesi estivi per cacciare foche, volpi, trichechi…poi con il tempo i cacciatori stagionali hanno pensato di stabilirsi in pianta stabile.

3) L’archeologia ha talvolta confermato e talvolta confutato le informazioni contenute nelle fonti medievali. In parole povere, a volte si scava in punti dove secondo le fonti doveva esserci un fattoria del periodo più antico, ma non la si trova. Le fonti scritte sono state probabilmente influenzate da una qualche agenda politica (legittimizzare le pretese di controllo su certi territori, attribuendoli ai propri antenati, nobilitare certe stirpi e attribuire loro più prestigio…). È anche palese che chiunque le abbia compilate si sia talvolta inventato alcune tuxedo sana pianta, partendo magari da toponimi di fattorie la cui origine era ormai perduta e ricamandoci attorno una storia che li spiegasse.

4) Il DNA degli islandesi antichi mostra una componente assai marcata dalle isole britanniche, ancor più di quanto non si trovi negli islandesi di oggi, i quali sono (in percentuale) meno “nordici” dei loro cugini norvegesi: meno biondi e meno alti. Questo è stato spiegato con il fatto che la componente britannico-irlandese apparteneva soprattutto agli schiavi, i quali non potevano avere i figli, e al massimo allevavano i figli naturali dei loro padroni. Questo avrebbe causato un’espansione della componente norvegese a scapito di quella irlandese. A prescindere da ciò, la Landnámabók cita soprattutto individui di origine norvegese, tra i 435 colonizzatori iniziali e le circa 3000 persone totali che vengono nominate. Che fine ha fatto la componente britannico-islandese? Possibile che sia stata sottaciuta per evitare l’accusa di discendere da un’etnia associata all’essere schiavi?

Se non ve ne siete accorti, non ho mai menzionato i vichinghi. E per una buona ragione: chiamare le genti del Medioevo nordico “vichinghi” sarebbe come chiamare i popoli dell’impero romano “gladiatori”. È una grande idiozia che si è diffusa per colpa del fetish per l’immagine dell’esploratore nordico dall’elmo cornuto. I vichinghi erano PIRATI, questo è il significato più vicino al termine originale. I vichinghi potevano essere di qualsiasi nazionalità, reclutati ovunque, e non erano vichinghi in ogni momento della loro vita: facevano i vichinghi quando razziavano e depredavano, altrimenti erano islandesi, norvegesi etc.

La lingua che parlavano nel medioevo nordico la chiamavano dönsk tunga, “lingua danese”, che oggi chiamiamo – per evitare confusione – antico nordico o norreno, dall’aggettivo norrœnn (contratto da norðr-œnn, “nordico”, come l’inglese “northerner”), il termine che usavano per descrivere i popoli scandinavi in generale. Anche il termine norræna per descrivere la lingua prende piede nel medioevo. La lingua islandese viene chiamata norræn tunga fino all’età moderna.

Molti si domanderanno come facciamo ad avere date così precise come il 780 o il 930 e la risposta è nei testi che vi ho citato sopra. Ari il Saggio fu il primo a scrivere in lingua islandese, appunto nel 1100 (questo ci viene detto dall’altro grande autore medievale Islandese: Snorri Sturluson, nell’inizio della sua Heimskringla, raccolta di storie sulle vite degli antichi re norvegesi, composta nella prima metà del Duecento, periodo in cui l’Islanda stava perdendo autonomia e passando sotto l’influenza politica della Norvegia).

A volte siamo fortunati e troviamo fonti che citano le stesse date precise, e che non sono palesemente copiate le une dalle altre, o da uno stesso modello, cosa che aumenta la loro credibilità. Altre volte le date sono discordanti (anche se di poco), mentre altre volte ancora le date o tutto il resto sono concordanti ma sono anche palesemente tutte derivate dalla stessa fonte originaria, ragioni per cui non si corroborano a vicenda, visto che la fonte potrebbe essere sbagliata senza che abbiamo modo di saperlo. Per quanto Ari fosse uno storico fine e molto avanti per il suo tempo, alcune delle informazioni che ci fornisce sono prive di riscontro in fonti indipendenti, e il grosso dei testi medievali (in particolare le saghe) sono state composte dopo di lui e citano il suo lavoro. Questo è un problema, perché non avendo modo di verificare l’attendibilità di Ari in modo inequivocabile, ne consegue che l’attendibilità di qualsiasi altra fonte che attinge materiale da Ari non possa essere presa per oro colato.

Tuttavia, gli studiosi concordano generalmente sul rigore storiografico di Ari, e pur con qualche cautela e un po’ di sano distacco, le informazioni che fornisce sono considerate in linea di massima affidabili.

Sempre da Ari e dal suo Libro degli Islandesi, il Cristianesimo sarebbe stato accettato nell’anno 1000 per scelta dell’uomo delle leggi del tempo, Þorgeirr Þorkelsson (pronunciato Thor-ghiéir Thor-chièls-suon) che – sempre secondo Ari – avrebbe sentenziato che sarebbe stato meglio per la tenuta della nazione se tutti avessero adorato lo stesso Dio. Per alcuni anni venne però garantita una dispensa speciale per sacrificare in privato agli dei pagani , per mangiare carne di cavallo o esporre i bambini malformati a morire.

Alcuni gruppi neo-pagani odierni amano sostenere che tali riti siano proseguiti in segreto fino si giorni nostri, e che gli islandesi siano sempre stati Cristiani “di facciata” perché un’origine antica legittimerebbe questi culti contemporanei. Queste sono soltanto invenzioni: Ddal Medioevo ai tempi moderni, prima delle re-invenzioni romantiche ottocentesche, tutte le espressioni folcloristiche, magiche ed esoteriche in Islanda partono da concetti cosmologici di stampo Cristiano.

Non sappiamo quasi nulla di come i nordici adorassero i loro dei, di quali riti svolgessero e di come li praticassero. Sappiamo che i riti dovevano includere sacrifici animali, ed erano presidiati da capo locali che fungevano da sacerdoti, ma ci sfugge completamente la ritualità, i gesti, le espressioni. Non dimentichiamo, inoltre, che il paganesimo nordico non era una religione ecclesiale, e assumeva forme radicalmente diverse a seconda della regione o dell’individuo che la praticava.

La mitologia Germanica antica è stata messa per iscritto praticamente solo in Islanda, e in particolare i due testi di riferimento sono l’Edda poetica, raccolta di carmi eroici e mitologici, e l’Edda in prosa, attribuita a Snorri Sturluson, che consiste in un manuale quadripartito per comporre poesia di corte con i metri allitterativi e le metafore mitologiche. Tuttavia questi testi sono molto chiaramente influenzati dall’ambiente Cristiano in cui è avvenuta la loro stesura, per cui gli studiosi si stanno ancora arrovellando per capire cosa ci sia di originale e cosa sia invece filtrato dalle lenti cristiane. Il sospetto, in molti dei riferimenti al mondo pagano che si trovano nelle saghe, è che tali descrizioni riflettano piuttosto le idee (magari distorte) che gli islandesi cristiani avevano rispetto ai loro antenati Pagani, piuttosto che la realtà.

Con la conversione, ultimata e ufficializzata per legge nell’anno 1000 (o 999), anni con cui si fa coincidere l’inizio del Medioevo islandese, l’Islanda entra a pieno titolo nella cultura europea, che per la fase medievale corrispondeva alla cultura cristiana. Gli islandesi del Medioevo sono cristiani e dunque “fratelli in cristo” (secondo i dettami evangelici) delle altre popolazioni della cristianità. I dotti islandesi trascorrono periodi di studio in Inghilterra, Francia e Germania, e molti islandesi compiono pellegrinaggi nel sud, in Italia e in Terra Santa, come la famosa Guðríður Þorbjarnardóttir, personaggio della Saga di Eiríkr il Rosso, in cui si narra della scoperta e del tentativo di colonizzazione del nuovo mondo. Con l’arrivo della cultura cristiana, entra in Islanda anche la cultura scritta dell’Europa del tempo: si comincia a produrre pergamena e inchiostro, e i monaci dei numerosi monasteri sparsi per l’isola prendono a copiare dapprima testi liturgici, agiografici, scientifici e storici in latino, e poi a scrivere testi in prosa sul loro passato e presente, sulle vite di santi e vescovi e, con l’avvento della moda del romanzo cortese alla corte norvegese, sulle gesta di Carlo Magno, Re Artù, Alessandro Magno, i romani e molto altro. Dal 1200 inizia il periodo in cui verranno alla luce le famose saghe, che vedremo nel dettaglio più sotto, in questo articolo.

Il periodo dal termine della colonizzazione finì nel 1262, anno in cui l’Islanda diventa un protettorato norvegese, prende il nome di “età dello Stato libero“. È un periodo di grande sviluppo, aumento demografico ed espansione. A questo periodo, e precisamente intorno al 1000, risale la scoperta e colonizzazione della Groenlandia e poi del Nord America, testimoniato da un ritrovamento archeologico del 1960 nell’isola di Terranova.

Dopo il mille, e per i due secoli successivi, l’accrescimento del potere di poche famiglie aveva finito col causare squilibri e scatenare scontri. Snorri Sturluson, il poeta e autore aveva cercato di stabilire la sua supremazia rendendosi vassallo del re norvegese Hákon IV Hákonarson, nel 1220. Questa data segna l’inizio dell’Età degli Sturlunghi, dal nome di un nipote di Snorri, Sturla Þorðarson, che sarebbe diventato uno dei più importanti storici del periodo, essendo l’autore della Íslendinga saga, la quale costituisce la metà della compilazione di saghe contemporanee detta Sturlunga saga, la principale fonte sulla storia islandese dei secoli XII e XIII. Snorri non fu in grado di mettere ordine nei conflitti islandesi, e fece l’errore di appoggiare lo jarl norvegese Skúli in un colpo di stato ai danni del re che fallì. Snorri fu ucciso dai sicari del re nella sua dimora a Reykholt nel 1241. Nel 1262, dopo anni di conflitti, i capi islandesi si arresero e ripristinarono la pace giurando la loro fedeltà al re di Norvegia in quello che è conosciuto come Gamli sáttmáli “vecchio patto”.

Questo evento politico ebbe poche immediate conseguenze pratiche, e molto rimase com’era, in Islanda, se non che la Chiesa (cattolica) islandese prese ad accrescere la sua influenza e la sua ricchezza fino a diventare il vero potere temporale in Islanda. I vescovi islandesi agivano informalmente come se fossero reggenti. Dal secolo XIII si assiste anche al principiare di quella che chiamiamo “Piccola era glaciale“, ovvero un periodo di raffreddamento climatico durato fino all’Ottocento. Questo causerà un forte declino economico e culturale, in particolare a partire dal Quattrocento, quando la peste raggiunge finalmente anche l’Islanda.

Nel 1380, alla morte del re norvegese Óláfr Hákonarson, diciassettenne, figlio del re di Norvegia e della regina di Danimarca, la reggenza della Norvegia fu assunta dalla madre, Margrete, che sarebbe poi stata eletta regina dai nobili svedesi nel 1397, diventando così sovrana di tutta la Scandinavia. L’Islanda, assieme alla Groenlandia e alle Fær Øer, seguirono la Norvegia nel diventare territori del regno di Danimarca. L’Islanda otterrà l’indipendenza soltanto nel 1944.

Il Quattrocento e il Cinquecento sono secoli caratterizzati da rapporti commerciali significativi, prima con l’Inghilterra e poi con la Germania, incentrati soprattutto sul pescato, che resterà, fino alla seconda metà del Novecento, un’attività economica rilevante nelle acque intorno all’isola, specialmente per gli stranieri attratti dalle pescose acque islandesi. La Danimarca tenterà poi di bloccare questi traffici nel Seicento con l’istituzione di un crudele monopolio che getterà l’Islanda in una povertà ancora più abbietta.

Nella prima metà del Cinquecento, il re Danese aderisce alla riforma Protestante come mezzo per appropriarsi delle ricchezze della Chiesa e finanziare le sue operazioni militari. Imporrà la riforma anche in Islanda, che inizialmente opporrà una strenua resistenza, cercando anche l’appoggio del Papa. La decapitazione dell’ultimo vescovo cattolico, Jón Arason, avvenuta nel 1550, segna la fine del medioevo islandese.

Le saghe

Le saghe sono tra i massimi capolavori della letteratura mondiale e sono state scritti da cristiani, grazie a tecnologie e a una cultura giunta nel Nord solo con l’avvento del Cristianesimo. L’età dell’oro delle saghe coincide con i secoli XIII e XIV, in questo periodo, su quest’isola persa nelle nebbie del profondo Oceano Atlantico settentrionale, povera di risorse e poco popolata, sono state composte grandi epiche che costituiscono dei capisaldi della letteratura universale.

La neonata chiesa islandese inizialmente dovette faticare per stabilire la propria autorità sul territorio. I primi vescovi venivano dall’estero, ma già nel 1056 un islandese, Ísleifr Gizurarson, fu consacrato vescovo in Germania, dove aveva studiato, e donò la sua tenuta di Skálholt alla diocesi omonima. Skálholt fu la capitale islandese de facto fino all’età moderna. Un suo allievo, Jón Ögmundarson divenne il primo vescovo della diocesi di Hólar, nel nord. Consiglio vivamente di visitare entrambe le località per via della loro storia, ma Hólar in particolare è uno dei luoghi più belli che io abbia mai visto. Queste sedi vescovili furono il cuore pulsante della vita culturale islandese fino all’età contemporanea, prima dell’avvento dell’urbanizzazione, ma coesistevano assieme a una rete di monasteri e conventi sparsi un po’ per tutto il perimetro. Fu in questi centri che monaci e suore diedero il via alla copiosa produzione di saghe.

Ma cosa sono queste saghe? “Saga”, pronunciato con una “g” un po’ strascicata, in islandese significa “storia”.

Il corpus delle saghe islandesi è però molto più vasto di quanto la parola “storia” lasci intendere: gli studiosi hanno tentato di classificare questi testi usando un po’ delle etichette che erano già in uso nel Medioevo, un po’ criteri arbitrari, ma molte saghe sfuggono a una classificazione univoca e accorpano elementi propri di diversi generi.

Alcune sono di carattere storico, come le più famose, le Íslendingasögur, che trattano delle vite delle famiglie dei primi coloni negli ultimi secoli del primo millennio. Possono essere infarcite di elementi soprannaturali, come fantasmi, troll e streghe, ma hanno un’impostazione più storica, nonostante le trame avvincenti, i dialoghi, e spesso i versi poetici inseriti nel testo. Tra queste su annovera quello che viene considerato il capolavoro assoluto de genere, e uno dei picchi letterari della letteratura mondiale: la Saga di Njáll.

Le saghe dell’età antica, o fornaldarsögur sono invece narrazioni epiche che trattano delle gesta di eroi germanici nel periodo precedente alla colonizzazione dell’Islanda, quindi la metà del primo millennio. La Völsungasaga per esempio echeggia gli eventi del conflitto storico tra tribù germaniche e Unni, pur aggiungendo elementi mitologici e magici, come i nani, il drago Fáfnir (si pronuncia “Faupner” in islandese) e le valchirie.

Le saghe dei cavalieri, riddarasögur, sono invece una raccolta immensa ed eterogenea (e per molti versi ancora inesplorata) di romanzi e racconti cavallereschi. La loro carriera inizia con delle semplici traduzioni in prosa di poemi cortesi francesi, poi pian piano gli islandesi hanno preso a scrivere delle saghe dei cavalieri originali, includendo personaggi e ambientazioni a loro più vicini. Alcune di queste, come la Mágus saga jarls (Saga del conte Malagigi, personaggio che troviamo nella materia di Francia, e nell’Orlando), un romanzo cavalleresco avvincente e ricco di colpi di scena, festa eroiche e magia.

Esistono altri generi di saghe, come le saghe dei santi, le saghe dei vescovi, le saghe contemporanee…abbiamo anche una saga su Alessandro Magno, e una sugli antichi romani! Il corpus è molto vasto e variegato, e parte di esso aspetta ancora di essere studiato, edito e pubblicato!

Sono laureato in lingue scandinave e ho una laurea magistrale in studi medievali islandesi ottenuta all’Università d’Islanda. Ora sto facendo un dottorato alla stessa università (con una ricerca sui manoscritti del tardo medioevo islandese) dove insegno o ho insegnato varie cose, come antico islandese, manoscritti islandesi o lingua e letteratura italiana. Ho lavorato anche come traduttore e ogni tanto faccio la guida per Italiani qui in Islanda. In Diana trovate una mia traduzione dei testi medievali sulla scoperta dell’America da parte dei popoli nordici dal titolo “Saghe della Vinlandia”, mentre in Iperborea ho pubblicato una traduzione di un racconto medievale islandese dal titolo “Saga di Gunnar”.

3 commenti su “Il Medioevo islandese

  1. Dario Boi

    Complimenti, veramente interessante e affascinante. Grazie.

  2. Giovanna Santaniello

    Molto interessante, tutto ciò mi ha affascinata moltissimo. Hai un modo di raccontare fluido e chiaro. Complimenti! Spero di leggerti ancora. Giovanna, da Roma.

  3. Katarzyna

    E una bella scoperta,del mondo poco conosciuto, grazie Molte somiglianze con il medioevo slavo,poca conoscenza della mitologia,anzi in slavo praticamente inesistente.Da approfondire.

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