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La scoperta dell’America nel Medioevo nordico

Nel 2018 è uscita la mia traduzione italiana della Saga di Eiríkur il Rosso e della Saga dei Groenlandesi, assieme al Racconto dei Groenlandesi, qui tradotto per la prima volta nella nostra lingua. È stato un progetto estenuante, che solo chi si è cimentato in un lavoro del genere può davvero comprendere, ma anche una sfida emozionante, in particolare per via del tema centrale di questi testi, ovvero la scoperta del continente americano ad opera di genti norrene nel IX secolo.

Il sottotitolo “I vichinghi alla scoperta dell’America” è stata una scelta dell’editore, per meglio chiarire con lettori non esperti il tema dei testi. Va ricordato, però, che è scorretto usare il termine Vichinghi per designare i popoli del medioevo nordico. Il termine “víkingar” indicava i pirati, non l’intera popolazione, e in questi testi non ci sono pirati, dunque la parola “vichingo” non compare nemmeno una volta! L’identità di questi popoli può essere difficile da definire in modo tale da fare collimare la loro percezione con la nostra: i Norvegesi che hanno colonizzato l’Islanda, hanno preso quasi subito a chiamarsi Islandesi, nonostante la loro lingua e cultura fosse rimasta indistinguibile per buona parte del medioevo. Ugualmente, gli Islandesi (e, in misura minore, Norvegesi) che si sono stabiliti in Groelandia si definivano Groenlandesi. Queste designazioni, tuttavia, mal si sovrappongono con la realtà della vita degli individui, che si spostavano tra i vari insediamenti di matrice norvegese: Shetland, Orcadi, Ebridi, Føroyar, Islanda e Groenlandia. Fondamentale è rendersi conto che la nostra idea netta di stato=nazione=etnia non esisteva nel Medioevo, o comunque non corrispondeva alla nostra. L’unità linguistica e culturale del mondo nordico occidentale, corrispondente alla Norvegia e alle sue colonie, rende necessario identificare univocamente questa sfera, e il termine che viene preferito dagli studiosi di oggi è “norreno” derivato dall’aggettivo antico nordico norrænn, che significava “norvegese”. Alcuni usano questo termine come collettivo che include anche i popoli della Danimarca e della Norvegia, ma essendo un termine nato in ambito occidentale, per la popolazione nordica nel complesso, è meglio parlare di Scandinavi, o Antichi Scandinavi, proprio come facciamo con i Romani.

Ormai sappiamo quasi tutti che, poco prima dell’anno 1000, alcuni Norreni, ovvero gente di origine norvegese stabilitasi anche in Islanda i Groenlandia, hanno avvistato e poi esplorato le coste del continente nordamericano, venendo a contatto con i locali. I due resoconti che ci sono pervenuti sono stati composti dopo ben 200 anni dallo svolgersi degli eventi, ragion per cui presentano differenze e deformazioni dovute alla trasmissione orale (pensate al telefono senza fili).

Lo scheletro degli eventi è però il seguente: un viaggio verso l’insediamento groenlandese, una tempesta, una deviazione della rotta, l’avvio talento di una terra, la sua esplorazione l’estate successiva, il tentativo di colonizzarla, il fallimento a causa del difficile rapporto con i nativi.

Nonostante la reazione che molti hanno, quando incontrano questa notizia per la prima volta, sia quella di rifiutarla a priori, magari relegandola all’ambito delle teorie cospiratorie, la scoperta del continente americano ad opera dei norreni è ormai un fatto storico assodato e universalmente accettato in ambito scientifico: negli anni ’60, presso il villaggio canadese di L’Anse aux Meadows, sull’isola di Terranova, l’archeologo norvegese Helge Ingstad ha portato alla luce un insediamento nordico databile intorno all’anno mille. Non si tratta di un insediamento permanente, ma di una sorta di avamposto. Ad oggi, nessun altro sito è stato rinvenuto, ragion per cui numerosi dettagli della presenza nordica in America rimangono oscuri.

La ricostruzione dell’insediamento norreno scoperto in Canada.

Nella Saga di Eiríkr il Rosso (così denominato per via del colore della sua barba), un norvegese trapiantato in Islanda da giovane, e colonizzatore della Groenlandia in età adulta, viene detto che, esplorando l’ovest, i Norreni trovarono tre terre in successione: Helluland “Terra della lastra di roccia”, dove abbondavano le volpi artiche e i ghiacciai, Markland “Terra delle foreste”, un territorio piatto e coperto di vegetazione, e Vínland “Terra del vino”, un territorio paradisiaco dove grano e bacche atte alla produzione di vino crescono spontanee. Principale il ruolo di un figlio di Eiríkr il Rosso, Leifr Eiríksson, a capo della spedizione per l’esplorazione delle nuove terre ad ovest. In una delle saghe viene menzionato il momento del tramonto del sole nel periodo invernale, cosa che permette di localizzare la latitudine dell’elusivo Vínland nella zona del New England, probabilmente intorno all’attuale New York. Altre descrizioni sommarie sulla geografia del luogo sembrano confermare questa ipotesi.

Non ci sono solamente le due saghe, a fare menzione di questa terra ad ovest, Adamo da Brema, nel 1075, ne parla citando i resoconti di viaggiatori nordici nella sua Descriptio insularum Aquilonis, e alcune mappe della prima età moderna riportano delle isole nell’estremo ovest con la dicitura “Vinland”. Dagli annali islandesi sappiamo che i groenlandesi dovevano recarsi regolarmente in America per la fornitura di legname almeno fino al 1347, quando viene riportato che una nave groenlandese è approdata in Islanda dopo essere stata spinta fuori rotta da una tempesta, in un viaggio di ritorno dal Markland. Esiste una mappa famosissima, conservata a Yale, denominata “Mappa del Vinland“, un artefatto controverso perché probabilmente un falso creato su materiale autentico: una mappa disegnata da un falsario su carta del 1400 con inchiostro del 1900. Sono stati fatti vari tentativi per spiegare la composizione inusuale dell’inchiostro, diverso da quelli tipici del medioevo, e con componenti degli inchiostri moderni, ma nulla di definitivo è stato ancora scritto, e la controversia è aperta.

Sono state rinvenute incisioni runiche e altri artefatti, in giro per gli Stati Uniti, ma sono praticamente tutti dei falsi alquanto maldestri, creati con tutta probabilità per giustificare la presenza bianca in territori dei nativi americani, rivendicando una presenza antica sul territorio.

la Vinland map

Difficile tracciare una linea tra la storia e la letteratura in queste saghe, dunque non possiamo dire con precisione se lo scontro con i nativi fosse stato il vero motivo del fallimento della loro colonizzazione, o se il problema principale fosse la distanza, magari esacerbata dal peggioramento climatico della fine del medioevo, con l’inizio della piccola era glaciale. Gli insediamenti Groenlandesi scompaiono dalle fonti nel 1400, quando la peste interrompe i contatti. I Danesi, che alla fine del 1300 avevano acquisito la Norvegia e tutte le sue colonie, tenteranno di ristabilire il contatto con la Groenlandia tra il 1600 e il 1700, e la troveranno deserta. L’archeologia esclude una fine violenta della popolazione nordica in Groenlandia, nonostante il folclore inuit narri di battaglie campali contro i nordici. Con tutta probabilità, il peggioramento climatico e la perdita di contatto con l’esterno ha reso la vita dei norreni in Groenlandia impossibile. Essendo una società stanziale e agricola, con la perdita di pascoli e il peggioramento del clima avrebbero perso le loro fonti principali di sostentamento. Gli inuit, invece, con il loro stile di vita nomadico basato su caccia e raccolta, hanno potuto prosperare.

A prescindere dal valore storico delle saghe, alle quali va attribuito il merito incontestabile di aver ispirato una ricerca archeologica che ha portato alla luce un episodio della storia che altrimenti avremmo perso per sempre, bisogna anche rimarcare il loro valore letterario: si tratta di storie avventurose e affascinanti. Non si parla solo di esplorazioni, ma ci sono amori, tradimenti, liti, omicidi, episodi soprannaturali, fantasmi, battaglie, conflitti religiosi, riti pagani e riti Cristiani, in un mix irresistibile.

Ho però fatto una scelta molto difficile: come spiego nella presentazione, anziché cedere alla tentazione di tenere i toponimi nell’originale per soddisfare il feticismo linguistico di una minoranza, ho tentato di tradurli con un corrispettivo italiano che non stridesse troppo e rendesse nella mente un’immagine chiara del luogo descritto, proprio come fanno gli originali islandesi. Ecco che un insensato – per un italiano – Brattahlíð è diventato Pendioscosceso, che è il significato esatto del termine originale, Hvammur, un termine che indica una pendenza fertile, è diventato Campideclivio, mentre l’impronunciabile Skraumhlaupsá (“Boatosaltofiume”) è diventato il fiume Scrosciabalzo. Ovviamente questi nomi sono tutti consultabili in un glossario alla fine del libro, il quale riporta l’originale islandese, per chi volesse cercarselo. Ho anche disegnato a mano delle mappe, aggiungendo poi i toponimi tradotti. Almeno per la parte che si svolge in Islanda, sarà dunque possibile farsi un giro e osservare dal vivo i luoghi che furono teatro degli episodi di queste saghe.

Ho anche semplificato la lettura aggiungendo qua e là dettagli chiarificatori su certi personaggi facilmente perdibili nella selva di nomi islandesi tipica delle saghe, e reso i discorsi diretti con un linguaggio il più possibile fresco e “orale”, piuttosto che con il tipico tono solenne e declamatorio. In sostanza ho cercato di fare una scelta “progressiva” anziché “conservativa”, e presentare un prodotto sicuramente più originale e passibile di critica, ma anche che evita di presentare al lettore un calco tedioso di quello che verrebbe percepito come un fossile letterario. Queste storie venivano lette davanti al focolare da persone che erano abituate ad ascoltarle e coglierne il senso profondo senza dover fare troppi sforzi. Ho voluto provare a creare lo stesso effetto per il lettore italiano contemporaneo. Se ci sia riuscito o meno, il verdetto resta ai lettori!

Sono laureato in lingue scandinave e ho una laurea magistrale in studi medievali islandesi ottenuta all’Università d’Islanda. Ora sto facendo un dottorato alla stessa università (con una ricerca sui manoscritti del tardo medioevo islandese) dove insegno o ho insegnato varie cose, come antico islandese, manoscritti islandesi o lingua e letteratura italiana. Ho lavorato anche come traduttore e ogni tanto faccio la guida per Italiani qui in Islanda. In Diana trovate una mia traduzione dei testi medievali sulla scoperta dell’America da parte dei popoli nordici dal titolo “Saghe della Vinlandia”, mentre in Iperborea ho pubblicato una traduzione di un racconto medievale islandese dal titolo “Saga di Gunnar”.

9 commenti su “La scoperta dell’America nel Medioevo nordico

  1. Da lettori, tendiamo a sottovalutare l’impegno e la fatica di chi, come te, ci riporta l’anima di popoli e saghe lontani nel tempo e nello spazio.

    Complimenti, e grazie per questa finestra sul lavoro e sui dilemmi del traduttore 😉

  2. Complimenti per il tuo lavoro e per quanto scrivi di questa lontana terra islandese. Sono un’appassionata di storia e di saghe, ti seguo da molto. Vorrei acquistare il tuo libro “I Vichinghi…..” cosa bisogna fare. Grazie

  3. L’ha ribloggato su thebooksareinthehouse.

  4. Pingback: Il Natale islandese nella storia – Un italiano in Islanda

  5. Pingback: Il Medioevo islandese – Un italiano in Islanda

  6. Marcella Pollina

    Complimenti Roberto, rendi semplici e piacevoli alla lettura, argomenti considerati ostici e troppo lontani da noi. Grazie per avermi aperto questa finestra.
    Marcella

  7. Pingback: Le origini della storia islandese – Un italiano in Islanda

  8. Bruna Cusinato

    Molto interessante. Grazie.

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